LO SCARPONE IN ANTEPRIMA


News da Lo Scarpone, rivista ufficiale del Club Alpino Italiano, il mensile di montagna più diffuso in Italia

La Rivista del Club Alpino Italiano

Lo Scarpone - Fondato nel 1931 - Nr. 2 - febbraio 2007

Direttore responsabile: Pier Giorgio Oliveti

Coordinamento redazionale: Roberto Serafin


Nel numero in distribuzione nel mese di febbraio


Il Club alpino e le emergenze climatiche

Quando il ghiaccio dà spettacolo

Museomontagna tra picchi, ghiacci e… fantasia

Alpinismo e diabete: una straordinaria esperienza

Traffico motorizzato, così cambia l’Himalaya
Verso la decima Giornata nazionale dei sentieri
Sir Bonington ospite di Trentofestival

CAI e FAI alla ricerca dei luoghi del cuore

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Emergenza clima: lo sci penalizza la montagna?

Preliminarmente i cambiamenti climatici non sono una novità: tra il 1200 e il 1400 grazie al regredire dei ghiacciai, i walser furono in grado di colonizzare il Monte Rosa. Abbiamo però la sfortuna di trovarci in presenza di un cambiamento assai rapido, una complicazione in più”. Lo ha detto il professor Annibale Salsa il 6 gennaio nel corso di una puntata di “Ambiente Italia” andata in onda su Raitre in diretta da Courmayeur. Sollecitato dal conduttore Beppe Rovera, il presidente generale ha aggiunto: “Oggi la cultura dello sci non sempre favorisce la montagna. In questo  periodo credo anzi che la penalizzi sempre di più. Ma forse è arrivato il momento di rompere certi stereotipi, e quello delle nevi eterne sicuramente lo è, costruito su un immaginario romantico della montagna”. Sullo Scarpone di febbraio un’accurata analisi delle emergenze ambientali legate alla siccità determinata dall’anticiclone si accompagna al “grido di dolore” di imprenditori e politici costretti a proclamare lo stato di calamità nazionale. Secondo il Financial Times gli aumenti della temperatura sposteranno ben presto i flussi turistici verso il nord Europa, eppure si continuano a investire somme ingenti per portare gli sciatori in alta quota: 13 milioni di euro è costata, per fare un esempio, la gigantesca funivia che dalla Valsesia sale al passo dei Salati sul versante sud est del Monte Rosa sorvolando ciò che rimane dei ghiacciai dove un tempo si praticava lo sci estivo, oggi non più proponibile. La neve latita? Niente paura. “Ambiente Italia” ci ha raccontato che “grazie” alle recenti Olimpiadi invernali sono stati stanziati 5 milioni di euro destinati agli impianti per la neve artificiale. Investimenti e impianti faraonici, forse ineludibili.

Un tour attraverso le più spettacolari cascate ghiacciate

Dalle cascate ghiacciate di fondovalle alle goulottes d’alta quota: questo il terreno su cui si svoge l’Alpine Ice Tour 2007 i cui aggiornamenti si trovano online su http://icetour.planetmountain.com Nel programma figura anche una visita ai grandi santuari dell'ice climbing, dallo scozzese Ben Nevis alle grandi colate francesi e spagnole. Del team fanno parte Ezio Marlier, Elio Bonfanti, Francesco Vaudo “Cecco”, Fabio Salini, Rossano Libera, Piercarlo Berta, Yuri Parimbelli, Beppe Ballico, Andrea Gamberini, Massimo Pira, Massimo Datrino, Elisabetta Caserini e Laura Frola. Della prima edizione conserva un positivo ricordo Vinicio Stefanello, giornalista di Planet Mountain che ha partecipato all’organizzazione. “Sono stati più di cento giorni, intensi e per certi versi indimenticabili”, ricorda Stefanello nelle pagine del notiziario Lo Scarpone, “che hanno unito i flussi glaciali e gli ice climber dal Veneto alla Valle d’Aosta, dal Piemonte alla Lombardia, dal Friuli Venezia Giulia al Trentino Alto Adige ma anche della Liguria. 85 le cascate “recensite”, 197 quelle salite, 65 le pagine di diario e più di mille le foto pubblicate. Ma, soprattutto, un’infinità d’incontri, un pezzo di vita (una parte del grande viaggio di ognuno, dunque) trascorso tra cascate, passioni, fatica, bellezza. E’ stata un’esperienza vissuta insieme, un regalo per tutti i viaggiatori dell’Alpine Ice Tour”.


Tornano al Monte dei Cappuccini i vecchi giochi da tavolo

Curata da Ulrich Schädler e Aldo Audisio, è aperta fino a maggio e merita senz’altro una visita al Museo nazionale della montagna al Monte dei Cappuccini di Torino la mostra “Le montagne per gioco”. Premessa. In piena epoca di passatempi elettronici tipo le play station, non si tratta soltanto di un’operazione nostalgia. I giochi da tavolo, come spiega il notiziario mensile del CAI Lo Scarpone, potrebbero oggi conoscere una nuova felice stagione sull’onda di una rinnovata voglia di stare insieme, riunirsi, socializzare, che ha l’aria di essere un buon antidoto alla globalizzazione in cui siamo immersi. L’operazione è accompagnata da un grande catalogo di 432 pagine con un ricchissimo corredo iconografico, edito nella collana dei Cahier Museomontagna (35 euro). La storia, e di conseguenza l’esposizione, inizia in Gran Bretagna. Qui i giovani benestanti inglesi negli anni Settanta dell’Ottocento, senza muoversi dalle loro case cittadine, viaggiavano percorrendo tutta l’Europa per raggiungere le Alpi e salire il Monte Bianco. Il tutto grazie a un “Grand Tour” da vivere sul tavolo di legno massiccio. Lo si faceva lanciando i dadi e leggendo le descrizioni di un libretto dalla copertina verdina: erano le avventure proposte da Alberth Smith nel suo The new Game of the Ascent of Mont Blanc. Gran conoscitore di giochi, l’elvetico Ulrich Schadler non ha dubbi: un vero rinascimento si annuncia per i sempreverdi monopoli e backgammon, ma anche per l’infinita serie dei giochi di percorso. Direttore del “Musée suisse du jeu” (www.museedujeu.com) ospitato in un turrito castello sulle rive del Lemano, Schadler non nasconde la soddisfazione per questa avventura italiana. A Torino determinante è stata la sua esperienza nel selezionare 150 giochi da tavolo, ora patrimonio esclusivo del Museo della montagna. Turismo alpino, alpinismo, sci, sono alcuni dei temi ricorrenti. I giochi sono stati concepiti e commercializzati in un arco di tempo che va dalle esplorazioni dell’Ottocento fino alle recenti Olimpiadi invernali e alla Marcialonga che si corre ogni anno nelle Valli di Fiemme e Fassa: passatempi che ancora oggi consentono di immergersi nelle imprese di Nansen al Polo Nord, di Byrd al Polo Sud, di Stanley in Africa, di Hillary e Tenzing in cima all’Everest, assaporandone ogni fase a colpi di dadi.


Quota ottomila con l’insulina in tasca

Un alpinista completo si definisce il vicentino Marco Peruffo, 36 anni. Aveva poco più di 12 anni quando nelle Piccole Dolomiti suo padre lo promosse secondo di cordata. Anche se c’era un “problemino” con cui deve tuttora fare i conti: il diabete di tipo 1. E’comprensibile che il diabetologo, paventando complicazioni, suggerisse a quel vivace ragazzetto altri trastulli più innocui dell’alpinismo. “Ma non c’è stato niente da fare”, racconta Marco allo Scarpone che lo ha intervistato nella sua casa di Vicenza dove vive con la moglie Sara. Al borsino degli scalatori Marco, impiegato nella pubblica amministrazione, vale parecchio di più di quanto non voglia fare credere. Nel suo curriculum figura un ottomila, il Cho Oyu, scalato senza ossigeno, e oltre duecento classici percorsi realizzati nelle Dolomiti: vie celebri e alla portata di pochi, come la Solleder Lettembauer o la Philipp Flamm in Civetta ripetute anche da primo di cordata. “Mi è sempre piaciuto vivere la montagna in ogni stagione cercando di coglierne il fascino più segreto”, spiega quasi con l’aria di giustificarsi. Ma a quali inconvenienti può andare incontro un diabetico di tipo 1 alle prese con una parete impegnativa? “Il rischio è quello solito: trovarsi in ipoglicemia. A me è capitato una sola volta, nel ’94, sulla Simon Wiesner alla Cima del Coro sulle Pale di San Martino. A metà tiro mi è venuta di colpo la crisi e ho rischiato di perdere il controllo dei movimenti. Preso un po’ dall’agitazione, sono riuscito comunque ad arrivare in sosta indenne e mi sono dato da fare per tranquillizzare Giampaolo”.

Anche nella scalata al Cho Oyu Peruffo è andato incontro a seri inconvenienti. “Lo ammetto, per distrazione ho lasciato gelare l’insulina nella fase di salita restando per sette ore in totale scopertura insulinica e provocandomi un’iperglicemia. Non è che stessi male, però insistendo nella progressione rischiavo grosso. Ho analizzato il sangue, e la glicemia piano piano si stava alzando. Tutto regolare ma avrei dovuto iniettarmi la dose prestabilita di insulina. Cosa impossibile perché quella benedetta fialetta si era completamente ghiacciata, conservata in una tasca esterna del piumino, distante dal calore del corpo. Con una temperatura di -35°, in quelle condizioni, potevo forse mettermi li a sciogliere il contenuto con un fornellino? Momenti di tensione inenarrabile. Mi sono consultato con i due compagni di scalata e di comune accordo abbiamo deciso di proseguire, pur consapevoli che se fossi stramazzato a terra nulla avrebbero potuto fare per soccorrermi…”.

L’Himalaya che cambia: avanza la strada nella Khali Gandaki

Motociclette e trattori usati come taxi al posto dei portatori. E presto una grande strada asfaltata. Così in Nepal cambia la Khali Gandhaki, l’immensa e selvaggia vallata che si apre fra i colossi del Dhaulagiri e dell’Annapurna. “Ero già stato qui nel 1998 e tutto era quasi vergine”, racconta Italo Zandonella Callegher nelle pagine del notiziario Lo Scarpone. “Ora per le viuzze del villaggio scorazzano le moto e altri mezzi motorizzati. Nella Khali Gandaki stanno costruendo una strada. Vari lotti sono già finiti e dove è possibile far “girare le ruote”, gli elicotteri hanno portato su le moto e i trattori; altri lotti, divisi per villaggio, sono in opera; è tutto un lavorio faraonico, a colpi di spranghe, di buchi per le mine, di rotolar di massi per le scarpate, di griglie e barricate, di muretti fatiscenti; in condizioni di sicurezza da quinto mondo, incredibili. Oggi da Marpha si va in moto o con trattore a Jomson, il piccolo aeroporto in collegamento con Pokhara, ma anche a Kagbeni alle porte del Mustang e alla santa Muktinath, il luogo delle centouno fontanelle dove vanno a pregare buddisti e induisti e dove ho pregato anch’io, orgogliosissimo cristiano. Rimarrà una sola piccola soddisfazione: nella parte medio-bassa della valle la nuova strada seguirà il corso destro orografico mentre il vecchio e glorioso tratturo dei portatori è inciso sulla sponda sinistra. Dunque si potrà salire o scendere per la Khali Gandaki come ai vecchi tempi. Ma si potrà far finta di non vedere e di non ‘sentire’ la strada che scavalca i dossi rocciosi sull’altro versante?”.


Alla scoperta della Liguria selvaggia

Bordighera, Imperia, Sanremo e Ventimiglia, le quattro sezioni del CAI della provincia di Imperia nell’estremo Ponente ligure, si sono riunite in gruppo di lavoro per organizzare dal 23 al 30 giugno la decima Settimana nazionale dell’escursionismo. Il gruppo ha concluso la ricerca e la definizione dei percorsi identificati tenendo conto delle singolari peculiarità del territorio che - compresso in una lunga e sottile fascia sviluppata lungo la costa - ha valli poco profonde che non consentono agevoli comunicazioni trasversali, realizzabili solamente attraverso il litorale. Per contro questo è l’unico spazio della regione appartenente alla catena alpina delle “Liguri” con cime di oltre 2000 metri.

Le proposte escursionistiche individuate, come anticipa lo Scarpone di febbraio, sono costituite da percorsi di pregio che si snodano in un incomparabile ambiente di bellezze naturali, difficilmente immaginabili in una località nota soprattutto per la presenza del mare. Infatti solo la costa è antropizzata in misura notevolissima, mentre nell’entroterra si ritrovano ancora emozionanti spazi di wilderness con presenze faunistiche e floristiche di grande interesse, tra cui alcune esclusive. Laddove sopravvivono, esistono borghi di netta impronta medievale, ricchi di storia e tradizioni religiose e civili, con interessanti esempi di architetture difensive, ricordi di un passato avventuroso fatto di razzie saracene e contese feudali, che hanno lasciato tracce ancor oggi presenti nel costume e nel linguaggio: basti pensare alle estenuanti lotte per i possedimenti tra il Ducato di Savoia e la Repubblica di Genova. Sono state identificate una ventina di proposte escursionistiche nelle principali valli della provincia: Valle Impero, Arroscia, Tanaro, Argentina, Nervia e Roia, tese a coprire la miglior parte del territorio montano. A queste si aggiunge il trekking italo-franco-monegasco di sei giorni su altrettante tappe nel tratto finale della “Via Alpina” (esclusiva anche questa della Provincia) che si concluderà sulla Place du Palais Princier, accolti dagli Amici del “Club Alpin Monégasque”.

Un secondo trekking di tre giorni porterà i partecipanti sul Sentiero degli Alpini, ardita e spettacolare memoria delle strutture militari sul confine italo-francese.


Un baronetto sul trono di Trentofestival

Gira già a pieno regime la macchina organizzativa della 55a edizione del Trentofilmfestival in programma dal 28 aprile al 6 maggio. Come viene anticipato nelle pagine del notiziario Lo Scarpone, la rassegna diretta da Maurizio Nichetti si è assicurata quest’anno la presenza di un personaggio di spicco nella storia dell’alpinismo, l’inglese Chris Bonington, protagonista della serata del 4 maggio. Presidente onorario dell’Alpine club, il più antico sodalizio alpinistico (che quest’anno festeggia il 150° anniversario), Bonington deve la sua fama a numerose scalate di grande contenuto tecnico nelle Alpi e in Himalaya. Tra le imprese che lo hanno reso celebre giustificando il titolo di baronetto conferitogli dalla regina Elisabetta, va ricordata nel 1970 la scalata dell’Annapurna dal versante sud, tremila metri di rocce e di ghiaccio, una delle pareti più impegnative del mondo: una pagina gloriosa dell’himalaysmo che Bonington ha raccontato in un libro divenuto ormai un classico (uscito nel ’71 in Italia nella collana “Exploits” di Dall’Oglio), uno dei tanti usciti dalla sua penna prestigiosa.


Luoghi del cuore: i più votati

Sono state 130 mila le segnalazioni arrivate al Fondo Ambiente Italiano (www.fondoambiente.it) nell’ambito del censimento sui “Luoghi del cuore” a cui ha partecipato l’estate scorsa il Club Alpino Italiano. Tra i più votati risultano i seguenti luoghi alla cui tutela il FAI s’impegna ad attivarsi con il contributo delle amministrazioni locali e di altri enti tra i quali ovviamente il Club Alpino Italiano: il Brolo del Monastero di San Giacomo di Veglia a Vittorio Veneto (Treviso), il Borgo Walser di San Gottardo a Rimella (Vercelli), il Lago Azzurro a Campodolcino - Valle Spluga (Sondrio) a quota 1.500 metri, il Parco della Rocca Borromea ad Arona (Novara), le cascatelle del  Gorello a Saturnia (Grosseto), la Spiaggia dal Fosso Cupido al Torrente Alaca a S. Andrea Apostolo Ionio (Catanzaro), le cascate della Valgrosina a Grosio (Sondrio). Sui “Luoghi del cuore” una conferenza stampa è stata annunciata dal FAI lunedì 29 gennaio 2007, ore 11,30 alla Foresteria Intesa Sanpaolo, Via Monte di Pietà 8, con la partecipazione della presidentessa Giulia Maria Mozzoni Crespi





Responsabile: Pier Giorgio Oliveti

Segreteria: Gabriella Piccin - Giovanna Massini