Carraro, da dove cominciamo?
L'Istituzione calcistica ha smarrito la sua credibilità. Dal
caso Genoa al processo Agricola, dalla Gea al conflitto d'interesse. C'è una
questione morale davanti a noi come primo comandamento
MILANO, 14 agosto 2005 - Dalla "galleria degli
indignati" che affligge e mortifica Genova, una delle città più
affascinanti del mondo, s’è levata qualche giorno fa una voce che non era uno
dei soliti ululati di bassa politica contro la "somma ingiustizia" o
un grido di innocenza volto a cancellare dalla storia e dagli atti giudiziari
una partita volgarmente e stupidamente comprata. Era un ragionamento che
centrava il cuore del problema: la smarrita credibilità dell'Istituzione
calcistica e quindi anche della sua giustizia.
Guardavo la tv regionale ligure. Dopo una serie di
interventi rabbiosi e banali, il presidente della Regione Burlando ha detto:
"Ci rifiutiamo di accettare una così pesante condanna da chi ha ignorato
la severa sentenza di un tribunale dello Stato nei confronti del medico della
Juve, con accuse specifiche di doping". E ha proseguito argomentando che
gli atti giudiziari non possono essere ignorati quando c'è di mezzo un grande
club e acquisiti in termini decisivi per mandare il Genoa nel baratro.
Ecco l'aspetto cruciale del grande sconquasso calcistico e
morale che il calcio sta vivendo, in sinistra armonia con un Paese dove potere
e arbitrio, verità e mistificazione si confondono. Devo riconoscere che il
Carraro degli ultimi tempi sta tentando una coraggiosa rimonta di cui il
"caso Genoa" finisce col diventare — mi dispiace solo per la gente,
non per i dirigenti, né per i politici — un caposaldo per il presente e il
futuro. E la stessa pubblicazione dei calendari dà forza ai diritti dello
sport. Ma voltiamoci indietro a scrutare tutti gli squallidi esempi che sono
stati lasciati per strada.
Il caso del medico della Juve ha una sua forza emblematica.
Potremmo anche giurare in coro, seppure con qualche imbarazzo, sulla sua
innocenza. La mia esperienza professionale in molte carceri italiane mi ha reso
garantista assoluto. Ma quella condanna del tribunale torinese, a 22 mesi con
una motivazione davvero inquietante, non poteva essere assolutamente ignorata.
Per carità, siamo al primo grado di giudizio. Ma in attesa di quello
definitivo, una "sospensione cautelativa", non una squalifica, non
una fucilazione alla schiena, rappresentava non una scelta, bensì un dovere.
Questo dovere non l'ha avvertito nessuno: né la Juve, né la
Federcalcio, né il Coni, né l'interessato. Sei mesi di silenzio, sabbia su
sabbia. E io mi chiedo con quale coraggio si possa perseguire un poverocristo
del ciclismo, dell'atletica, dello sci di fondo, che ha preso una pillola
offertagli da un maneggione se non si ha la forza di sospendere
"cautelativamente" un medico di prima linea condannato da un
tribunale dello Stato.
Il calcio negli ultimi anni ha vissuto di intrecci equivoci,
di soluzioni temporanee diventate eterne. Non c'è solo il caso più eclatante,
quello del Galliani trino che guida la Lega (non a tempo, come aveva detto),
dirige il Milan, lavora benissimo per Mediaset, suo brodo primordiale. E porta
il campionato sugli schermi di casa: per la prima volta. La passività con cui
questa situazione viene vissuta non ne attenua la sconcertante sostanza.
Il resto è naturale. Sulla situazione della Gea, l'azienda
popolata da figli di uomini potenti, che gestisce il lavoro di un massa di
giocatori e tecnici, non si è mai fatta chiarezza. Inchieste su arbitri
chiacchierati si sono spente per consunzione naturale. Fideiussioni non idonee,
società fuori da tutte le regole già un anno fa ammesse
"misteriosamente" ai campionati. E non parlo dei
bigliettini-spazzatura che si scambiavano quegli allegroni della Caf chiamati a
giudicare il Genoa. Dovrebbero scomparire per la vergogna.
In questo scenario di sbracatura comportamentale e di etica
sotto i piedi, non possiamo meravigliarci poi se Collina, sommo arbitro,
proposto per una futura santità nella sua categoria, firmi uno stravagante
contratto personale con l'industria che sponsorizza il Milan. Gli sembra una
cosa naturale. E lo stesso Galliani non trova di meglio che ricordare, a mo' di
alibi non richiesto, "un rigore negato da Collina al Milan per un fallo su
Cafu" o indicare, lui presidente della Lega, una soluzione privatistica:
non designatelo per le partite del Milan. Cadono le braccia.
Presidente Carraro, il caso Genoa va per la sua strada dolorosa e inevitabile. Ma la questione morale resta davanti a noi come un primo comandamento, un macigno da rimuovere o, se vuole, uno spazio vitale ormai piccolissimo tra il futuro e il baratro. Da dove cominciamo?
Di Candido Cannavò
rassegna stampa gazzetta.it
A pochi giorni dall’inizio (forse) del campionato di calcio di serie A, dopo una estate passata più che col mercato del calcio, con avvocati, carte bollate e giudici che soffrono di dipietrismo acuto (sarebbe la malattia che oggi colpisce una parte dei giudici, che più di amare il proprio lavoro amano la prima pagina dei giornali e chissà forse ambiscono un un seggio in parlamento) siamo ancora senza calendari e senza sapere chi saranno le squadre di serie A di serie B e di serie C.
Bella prova.
Un plauso speciale a chi, tra i pochi, senza peli sullo stomaco ricorda a questo mondo calcistico il caso Agricola (medico della juve che dopava i giocatori senza che la società lo sapesse (???), così risulta dal primo processo ), e vediamo che pure senza alcun processo un squadretta(chiedo scusa ai tifosi del Genoa, ma serve per rendere l’idea) viene mandata in serie C (complimenti!!!)
Ma perché non si attua davvero giustizia rendendo felici trequarti degli italiani e dando una parvenza di credibilità al mondo del calcio, buttando la JUVE in B?
Il 28 agosto ’05 statene certi, ove il giudice genoano dovesse proseguire ci sarà un decreto legge che permetterà al campionato di partire ed il sig giudice genoano avrà uno scranno sicuro in parlamento, visto che mezza Genova lo voterà:
14/08/05